001 ASKCRESI. Le 7 regole per avere successo, viaggio e softskills.

Trascrizione:

AskCresi: il nuovo format di Radio Cresi.

Benvenuti su AskCresi!
Ci siamo ragazzi, il nuovo format di Radio Cresi sta partendo e io sono felicissimo. Felicissimo perché lo sapete: la radio è un qualcosa che in primis “Wow!”, mi fa sentire vivo, e avete mai sentito una radio con un solo format? Quindi abbandoniamo le musiche, il mood che di solito siamo abituati in LateSession – come quella che vi faccio sentire ora – e abituiamoci invece a un nuovo mood, un mood più carico, un mood più energico, un mood dove non è più un viaggio da fare occhi chiusi ma un qualcosa da ascoltare e magari prendere appunti perché cercherò di essere il più pragmatico possibile, dove siete voi a farmi le domande. E il mood che contraddistingue questo format è questo…

Tra l’altro questa, ragazzi, è una canzone che ho usato nel mio primo vlog in assoluto che ho fatto per il viaggio in Israele-Giordania – andatevelo a vedere sul mio canale YouTube lfcresi – e è il momento in cui noi stiamo scendendo per fare il bagno nel Mar Morto: un sacco di ricordi quando sento questa canzone, e mi piace tra l’altro tantissimo.

Ma bando alle ciance e veniamo subito a noi: che cos’è AskCresi? AskCresi è il format in cui siete voi a farmi delle domande.
Come fate a farmi delle domande, e domande riguardo cosa? Partirò dal secondo punto: domande riguardo qualsiasi cosa, quindi viaggi, business – quello che volete, non c’è assolutamente problema – ispirazione.
E come farle? Avete due metodi:
1. entrate nel mio canale Radio Cresi su Telegram ed entrando nel mio canale Radio Cresi su Telegram troverete il link per AskCresi, il bot, dove potete direttamente lasciare degli audio. Se invece preferite, non avete sbatti di fare l’audio, non volete che la vostra voce entri in Radio Cresi – peccato, perché è bello più voci ci siano in Radio Cresi – potete tranquillamente scrivermele su Instagram, su LinkedIn, dicendomi “Ho una domanda per AskCresi”: BAM! E io rispondo.

Questo format siccome non è un viaggio, una riflessione da fare, cercherò di farlo durare meno del solito: meno del solito perché pragmatico, subito – appunto ho detto prima – prendere degli appunti molto probabilmente per certe risposte che darò, e applicare ciò che abbiamo visto. Quindi non c’è bisogno di farlo durare 40 minuti perché la soglia dell’attenzione va a scemare: 20-25 minuti, secondo me ci siamo.
È un po’ una sfida, ho il timer qui davanti, vediamo quanto durerà questo episodio.

Vorrei partire subito con la prima domanda, ma prima di partire finiamo di goderci questa canzone.

E senza perdere tempo andiamo subito alla prima domanda di Samantha: 

“Ciao Luca.
Partendo dal libro che hai citato oggi, Le sette regole per avere successo, mi piacerebbe sapere cosa pensi di quella che recita “cerca di capire prima di farti capire”.
Parliamo spesso di contaminazione, dell’essere influenzati, e di fatto parliamo molto meno di quanto aprirsi all’ascolto ed essere influenzati dagli altri ci renda in fondo vulnerabili, come poi suggerisce lo stesso testo.
Ecco se questo è vero, se è vero che questa è una buona abitudine per il successo, ti chiedo come alleni l’ascolto empatico e come pensi si possa combattere la naturale resistenza dell’essere umano alla vulnerabilità.
Un abbraccio.”

Allora, Samanta cita il libro Le sette regole per avere successo di Stephen Covey, e dice che l’ho citato oggi: l’ho citato ieri nel mio canale Telegram.
E pensate ieri sono a fare una corsetta “Siamo durante la pandemia, non si può andare a fare una corsetta” ma sono andato a farla in giardino, girando avanti e indietro per il giardino, e non avevo voglia di ascoltare musica, volevo ascoltare qualcosa di intrattenimento più utile. Quindi sono ascoltato una parte del libro di Le sette regole per avere successo di Stephen Covey, e mentre lo ascoltavo ho avuto una sorta di illuminazione, ho smesso di correre, ho iniziato a mandare audio, scrivere su Basecamp un papiro da condividere con il team.
E questo sarà soggetto della prossima puntata del LiveSession, vorrei proprio parlarvi di questo, che è cultura aziendale, cioè l’imprenditore deve occuparsi di cultura, non di strategia – come dico sempre – ma racconterò nello specifico come fare questa transizione, aiutandomi anche con le parole di Stephen Covey lette su Audible.

Veniamo alla domanda: no dei punti, una di queste sette regole, è proprio quella di ascoltare gli altri prima di farsi ascoltare. È molto difficile, tutti noi abbiamo – non è un preconcetto – però appena iniziamo ad ascoltare qualcuno di solito cosa facciamo? Iniziamo a pre-configurare la risposta che vogliamo dare in base a quello che dice e cerchiamo di dire “Ah sì, io ci sono già passato. Io… Io… Io…”. In verità non stiamo ascoltando, stiamo semplicemente cercando di dare una risposta che porti nella direzione dove noi vogliamo andare. Questo nei rapporti personali, ma anche nei rapporti professionali, sicuramente è un qualcosa che prima riusciamo ad abbandonare meglio è. Non è assolutamente facile.

Io quello che ti posso dire, Samantha, è ho imparato ad approcciarmi molto di più all’ascolto empatico, a cercare di capire davvero le persone, dopo aver ascoltato un corso Sergio Borra, dove non parlava tanto dell’ascoltare ciò che i collaboratori ci dicono, ma parlava dell’ascoltare ciò che collabori non ci dicono, ascoltare il non detto.
Spesso e volentieri quando un collaboratore ci sta dicendo qualcosa, quando siamo arrivati ad un punto in cui il collaboratore ha bisogno di parlare assolutamente con noi, ma anche quando il nostro partner, o un amico, ha bisogno di parlare è perché noi non siamo riusciti a capirlo prima ancora che la persona parlasse.
E voglio fare un esempio, no? Pensiamo a un collaboratore dove niente, non si trova capito, non è capito da noi, non sa bene come comportarsi e molto probabilmente vuole anche dire “Senti, le cose non vanno bene, dobbiamo trovare un’altra strada. Ecco – ci dice – dai, facciamo una chiamata insieme?” e tu dici “Certo, certo, ma assolutamente! Oggi facciamo una chiamata, non c’è problema”. Poi giornata difficile, mille impegni e alla fine non si fa quella chiamata.
Lui ti scrive, non rispondi. La mattinata dopo lo vedi e fa “Ma scusa, non avevamo la chiamata?” “Ah! No no, hai ragione, hai ragione! Oggi pranziamo assieme”. Poi preso da tutto quello che succede nel tram tram giornaliero, ti dimentichi che devi pranzare assieme. A un certo punto lui neanche più ti scrive, poi dopo una settimana lo becchi e lui ti fa “Ah senti, mi licenzio” e tu dici “ Ma come ti licenzi? Cazzo parliamone, no?” e lui ti fa “Beh, parliamone cosa? Ho cercato di parlarti e mi hai sempre evitato”.

Ecco, io penso che più che concentrarci sull’ascoltare o non ascoltare, un grosso passo sarebbe già dedicare la stessa importanza a tutte le persone che fanno parte del nostro ecosistema, e non pensare che se una persona fa parte del nostro ecosistema interno è meno importante dell’ecosistema esterno. Cosa voglio dire? Ecosistema interno sono gli amici, i parenti nella sfera familiare, il proprio partner, nella sfera invece aziendale è l’azienda. La sfera esterna sono, nella vita familiare così è il lavoro, perché poi alla fine è proprio quello che che impatta più di tutto, è il lavoro. Mentre invece nella sfera professionale è il cliente, ok?

Quante volte capita che noi entriamo in casa, abbiamo appena finito di parlare con il cliente dicendo al cliente “Sì, tranquillo. Non c’è problema, verso le 9 mi chiami” “Ma no” “Ma tranquillo, dai adesso, adesso sì, sì. Risolviamo” “Ah, wow! Grande, grande” “No, m’ha fatto molto piacere che mi hai chiamato”. Mettiamo giù la cornetta, apriamo la porta “Ma vaffanculo va, ‘sto pezzo di merda, stronzo” poi guardiamo la nostra famiglia e diciamo “No, guarda, stasera non parlatemi. Vaffanculo. Voglio starmene da solo perché sono incazzato nero”. Ecco, ma quello invece è il momento dove switchare, switchare e parlare, ma soprattutto ascoltare perché non è detto che se noi abbiamo avuto una giornata nera qualcun’altro non ce l’abbia avuta e abbia bisogno di noi.
Questo succede allo stesso modo in azienda.

Quindi per allenare l’ascolto empatico la prima cosa da fare è non chiudersi secondo me, è ascoltare, cioè parlare con le persone. Il secondo step è quando parliamo con le persone, cerchiamo davvero piuttosto di non dare una risposta subito, di dare magari una risposta, digli “Guarda, in questo momento qua non so cosa dirti, capisco la tua situazione, ma non so proprio come approcciarmi. Dammi un attimo di tempo”. Siamo estremamente precisi quando chiediamo un attimo di tempo con un giorno, due giorni e non chiedere due giorni e poi arrivare dopo una settimana, e poi arrivare con una risposta.
È difficile, però è di fondamentale importanza.

Un altro esercizio, un altro spunto utile può essere cercare di capire ogni giorno come prima domanda che ci facciamo la mattina “A chi devo dedicare la mia attenzione oggi”: c’è sicuramente una situazione, un non detto, che noi stiamo “ignorando”, una chiamata difficile da fare, una discussione difficile con un collaboratore, un contratto da rivedere. Ecco, quello facciamolo subito.

It that frog è un libro bellissimo che sto leggendo sulla produttività e parla proprio di questo. La cosa più difficile è la mattina. Però attenzione, cosa più difficile non la task. Prima di tutto pensiamo a “A chi devo dedicare la mia attenzione, la mia energia, oggi”, dopo aver fatto quello si passa a tutto il resto. 

Questa è la mia risposta Samantha, spero di averti risposto.

E andrei subito a un’altra domanda.
Questa volta invece andiamo a una domanda testuale, una domanda arrivata da Silvia, è una domanda che ha a che fare con il viaggio ma anche con il lavoro.
Silvia mi chiede:

“Quanto e come hanno influito i tuoi viaggi nello sviluppo delle soft skill che metti in gioco oggi nel tuo lavoro?”

È una bella domanda. È una bella domanda dove è molto più difficile la risposta, perché io penso che ogni cosa che facciamo ci influenzi, quindi che si tratti di viaggiare, che si tratti di prendere i mezzi pubblici, che si tratti di stare tutto il giorno chiusi in casa o in ufficio, è un qualcosa che ci plasma, no?
E quindi tutto ci, alla fine, plasma, ci dà del degli stimoli che noi trasformiamo poi in qualcosa di nostro.
Certamente penso che il viaggiare abbia contribuito davvero tanto a sviluppare le mie soft skill perché quando si viaggia è il momento in cui i nostri sensi sono più all’erta, è il momento dove vogliamo cercare di far nostro con lo sguardo, con l’olfatto, col sentire, con il tatto, qualsiasi cosa, no? Quindi essendo tanto all’erta, poi ovviamente abbiamo un impatto.
Quello che mi sono reso tanto conto è di quanto abbia contribuito il viaggiare sulle mie soft skill quando viaggio in paesi che hanno culture completamente diverse: quando le culture sono diverse, lo sforzo che dobbiamo fare per entrare in sintonia con con le diverse culture è maggiore.

Pensate interagire con un bambino. Interagire con un bambino ti pone a uno sforzo perché devi cercare di capire come ti sta vedendo il bambino, no? E quindi per esempio sorridere, sorridere tanto. Ecco, quante volte noi sorridiamo normalmente? E la capacità di sorridere è la capacità poi di influenzare le persone, di mettere buon umore alle persone, no?
Ecco, girare in tantissimi posti con una macchina fotografica, m’ha fatto capire che io devo sorridere. Perché se giro con una macchina fotografica all’interno di un mercato in Perù vengo visto come “Ma guarda ‘sto stronzo che vuole portarci via dei degli scatti a noi, ma che neanche ci conosce”. Se invece io sorrido, sono aperto, allo stesso modo anche le persone che incrociano il mio sguardo sono più aperte, riuscirò a portare a casa una foto migliore, ma riuscirò anche a passare non in maniera negativa.

Quante volte mi è capitato di fare una foto a una signora che stava facendo dei cappellini di lana, e poi dopo mostrargliela, fargliela vedere col sorriso e poi salutarla. Oppure camminare all’interno della Medina a Marrakech dove tutti sono lì “Oh cacchio”, no anzi, a Fes, ancora più che a Marrakech “Oh cavolo. Qua, ma sono al sicuro? Non sono al sicuro? Devo fidarmi o non devo fidarmi?”. Non c’è bisogno di essere scontroso che appena uno ti avvicina “Wee, amico amico” e dirgli “No no, non voglio niente, non voglio niente”. No. Gli si sorride a questa persona, si sorride a questa persona qua, si dice “Ciao, tutto bene tu?” “Ah sì, anch’io tutto bene” così poi lui ti pone qualcosa e dici “No guarda, non ho bisogno. No figurati dai. Ma poi guarda, devo andarmene”, però tutto col sorriso. E vieni preso in maniera completamente diversa, sia che tu voglia fare una foto, sia che tu non voglia farlo.
E quindi la capacità di sorridere, la capacità di interagire e cercare di adattarsi all’ambiente forse è la soft skill che più mi sono portato a casa, e sicuramente penso che però, senza che io lo sappia, nel mio subconscio mi abbia dato anche tanto altro, abbia portato io a casa anche tanto altro dai viaggi, quindi sicuramente hanno contribuito.
Io penso che conoscere nuove culture, sia che si tratti di farlo attraverso i libri, sia farlo di persona, dal vivo, ci possa stare arricchire e arricchire davvero tanto.

Prima di passare alla prossima domanda ascoltiamoci questa canzone, con il mood di AskCresi, un po’ indie, un po’… Non lo so. È forse un po’ Maroon5 per la voce, un po’ Artic Monkeys per il mood… Cioè ci sono diverse influenze, ovviamente dobbiamo usare musica con la licenza che possiamo passare, quindi non possono essere né gli Artic né i buoni Maroon5. Però ascoltatevela, è davvero bella.

Dovreste vedermi perché sono in piedi a registrare questa puntata qua rispetto quando registro il LateSession, che è un mood è completamente diverso, e quindi quando parte una canzone sono qua che me la ballicchio, senza muovermi troppo perché non vorrei che poi le cuffie fanno cadere tutto.
Ed è un bello, è un bel mood, quindi mi sto immaginando voi che ascoltate, che magari siete sulla sedia e state per prendere appunti, parte la canzone e dite “Va beh, allora anch’io dai, due minuti mi sciolgo e mi muovo, mi muovo un pochino”.
Invece magari no, siete sdraiati e non ve ne frega assolutamente nulla, però mi piaceva condividere questo momento.

Passiamo alla prossima domanda, è un altro audio:

Ciao Luca Piacere, sono Antonio e mi farebbe piacere un approfondimento sulla creazione delle sops da dare in pasto al mio team.
Da dove posso partire secondo te? Quali tool mi consigli di utilizzare? E come posso scavettarne anche la programmazione?
Inoltre ti volevo chiedere se avevi dei libri, dei corsi, o delle risorse da consigliarmi per migliorare in questo.
Ti ringrazio.

Allora, cosa sono le SOPs innanzitutto. Le sops sono le Standard Operation Procedure, quindi sono procedure, procedure d’azienda per poter delegare compiti e far sì che all’interno dell’azienda si raggiunga sempre una preciso output, e anzi poi si vada a migliorare.
Ci tengo a fare un passaggio in più: quando si parla di SOP, perché è un tema a me molto caro, si possono sviluppare procedure o si possono sviluppare sistemi di cui la procedura è il centro. Infatti un sistema è composto da un input, è composto da un oggetto delle procedure, no? E questo sono proprio le procedure stesse, quindi un oggetto del sistema, scusate, un output e poi un feedback che torna a input e aiuta ogni volta a migliorare ciò che l’output, no?
Io preferisco i sistemi, perché i sistemi sono più complessi: le procedure analizzano un singolo step, un sistema analizza un intero argomento e lo va anche a migliorare, che è composto poi da singole procedure.

Ma veniamo un po’ alla domanda che mi hai fatto.
Allora, partiamo subito con “Se possono servire dei tool? Se c’è qualche sistema per capire come farle?”: basta un file word. Cioè, le procedure non sono altro che un elenco puntato, quindi un elenco puntato un minimo organizzato magari all’inizio per scrivere chi sono le persone coinvolte, quali sono gli argomenti coinvolti, quanto dovrebbe essere la durata, eccetera eccetera. E poi dopo si fa un elenco ben ordinato.
Ovviamente è difficile spiegare in un podcast questo, quindi magari poi farò anche un video per poter approfondire l’argomento e lo mettiamo su YouTube, magari vi faccio vedere proprio come creo una procedura.

Però il concetto è non pensare che servono strumenti. Cioè, cerchiamo sempre, tante volte, troppo spesso, di voler trovare un tool per ogni cosa. Ma serve davvero un tool? Cioè ragazzi, io i tool che uso di più sono XL, doc – che poi va beh, uso quelli di Google, quindi Google Sheet e Google Docs – presentazioni, quindi Keynote oppure Google Presentation, Calendar, e un software di gestione delle task, e anzi poi Note.
Note: dopo aver provato mille tool per fare un archivio dei miei pensieri, delle cose, eccetera, uso Note di Apple perché me la sincronizza con Mac e con iPhone. Se uno usa Android ci sono Google Keep o tanti altri sistemi.
Tra l’altro non è casuale che non ci sia la musica, ma siccome l’argomento più tecnico penso sia più facile farlo passare senza musica.

Cosa dobbiamo fare quindi? Dobbiamo aprire un Google doc e dobbiamo semplicemente iniziare a scrivere l’ordine in cui vengono fatte le cose e cosa serve far passare da un passaggio dall’altro.
Quindi sviluppare le procedure è semplicemente un lavoro noiosissimo, ma un lavoro semplicissimo: non ci sono libri che parlano di come sviluppare le procedure o dei manuali che spiegano come sviluppare le procedure, proprio perché la procedura è semplice.
Vi faccio un esempio. Se io dovessi pensare a una procedura per mettere on-line il mio podcast – dopo che l’ho registrato, quindi da quando io ho fatto stop – da quando io ho fatto stop la procedura sarebbe:
– messa on-line del podcast
– sarebbe download podcast dal software, ok?
– caricare, rinominare file in numero puntata, nome puntata, format
– caricarla in cartella drive
– poi, in questo caso me lo gestisco io, se fosse il podcast di Marketers che invece gestisce un team cosa c’è da fare? Avvisare su Basecamp la persona che è caricato in cartella drive. E queste qua son tutte assegnate a Luca
– poi dopo c’è, che ne so, Giuseppe. Giuseppe, vedere task, vedere notifica task
– prendere la puntata
– download sul proprio computer
– aggiungere intro-outro
– controllare che non ci siano da fare dei tagli ascoltando puntata a 2X
– trovare titolo, descrizione
– aprire Libsyn
– caricare in Libsyn
– aggiungere copertina
– pubblicare
– avvisare Team Social Copy che è stato pubblicato
Poi da qua partirebbe la procedura Team Social Copy, quindi di divulgazione podcast, anzi
il sistema, ok?

Questo è ciò che si fa per creare le procedure: serve solo e soltanto tanto olio di gomito e fermarsi a riflettere su – per chi inizia – quali sono tutte quelle task ripetitive che io ogni settimana mi ritrovo a fare uguali e che può fare qualcun altro perché non entra la mia competenza, ma c’è soltanto da ragionare con il buon senso, fare l’elenco, pensare quale mi porta via più tempo e iniziare a scrivere quella procedura. Poi fare con la seconda task, la terza, la quarta task, e così piano piano si passa a qualcuno le procedure.

Next Step è la vision globale quindi come mettere tutto in un manuale. Mettere tutto in un manuale certo, ci possono essere dei software che possono essere comodi, ma sennò non è altro che fare un mega file drive, o meglio tanti file Google doc o doc per ogni singola procedura, poi fare un mega file con l’indice, ok? L’indice all’interno contiene i vari link, uno clicca il link e va al file con quella procedura.
Cosa succede così? Che tu l’indice lo dai a tutta l’azienda, poi i file sono in cartelle dove hanno accesso soltanto le determinate persone coinvolte, e quindi quello che succede è che la persona che deve effettivamente fare avrà accesso a quella cartella: chi non deve fare non avrà accesso a quella cartella è così non avrai neanche un problema che stai facendo vedere a tutti le procedure.
Importante è far sì che la persona a cui hai trasmesso una procedura e l’ha assimilata, non si limiti soltanto ad applicarla, ma che dia dei feedback e cerchi di dire “Ma guarda, io ho capito che potremmo far così perché la miglioriamo”: questo è super importante, perché si va più veloce poi, si può innovare, si può migliorare il processo. Perché ricordiamoci che come l’abbiamo fatto noi non è per forza il miglior modo, è sicuramente il miglior modo per partire, ma non è per forza il miglior modo poi per proseguire, perché la persona che lo fa al posto nostro, dopo che l’ha fatto trenta volte magari trova un metodo migliore, o perché magari gli strumenti sono cambiati.

Spero di averti risposto.

Ragazzi: 24 minuti e 23 secondi.
È vero, ho risposto solo a 3 domande ma AskCresi secondo me il formato potrebbe essere così: tre domande, cinque minuti a domanda, contenuto pratico e poca divagazione. Un l’opposto di quello che invece succede all’interno di LateSession.
Io spero che vi sia piaciuto, spero che ci sia occasione di farne altre quindi aspetto assolutamente le vostre domande.
E noi ci vediamo settimana prossima con una puntata del LateSession.
Vi lascio con un’ultima canzone.
Ciao ragazzi.

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