001 LATESESSION! Capolavori. Allenare, allenarsi, guardare altrove.

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Trascrizione:

3… 2… 1… Live

Ci siamo. Puntata 1 della Cresi Radio.

Dopo essere sopravvissuta ai primi feedback, ho detto “Beh, allora bisogna lanciarsi e andare direttamente con la puntata 1”.
Stessa situazione della puntata zero: ci ritroviamo in Valtellina, in una tarda sera, e il motivo per cui ho deciso che questo format sarà il Late Session, non Show o Late Night Show come ho detto nella puntata Zero, ma Late Session.

Le session sono quelle session più musicali e, visto il sottofondo musicale e spesso e volentieri acustico che contraddistinguerà questo format qua, ho deciso di dare questo nome qua.

Una musica di questo genere… 

E in questa session mi piacerebbe parlare insieme di un libro: parlare di un libro che si chiama Capolavori di Mauro Berruto, un libro che nell’ultimo periodo – ho trovato a giugno a caso in una libreria – mi ha dato tanto.
Mi ha dato tanto e mi ha mi ha cambiato tanto a livello di ciò che è la gestione dei dipendenti e del comportamento, non magari le azioni del day by day ma proprio nel ragionare, nel pensare a come si gestisce un’azienda, un team, una squadra.

E infatti questo libro di Mauro Berruto, che per chi conosce non lo conoscevo neanch’io, quindi è da spiegare chi è: è l’allenatore della Nazionale Italiana di pallavolo che nel 2012 alle Olimpiadi arrivata terza portandosi a casa un bronzo.
Ma lui è laureato in filosofia, ha sempre allenato per passione, ma delle piccole squadre, e poi pian piano è approdato alla nazionale finlandese finché è arrivata la nazionale italiana.
Per poi dire “Ok, hai vinto alle Olimpiade allora continuerai in questo”.
No. È andato a fare l’amministratore delegato della scuola Holden di Torino.
Che tra l’altro se non conoscete andatevela a cercare perché quando l’ho scoperta sono tipo impazzito: è una scuola per persone che vogliono approdare alla narrazione, quindi narrazione di sé in qualsiasi situazione, narrazione di sé, di Brand, narrazione cinematografica, acustica o scritta.
Cioè, quindi qualsiasi tipo di narrazione. È molto interessante Fanno anche dei corsi di weekend che sono fighissimi. Per esempio io ho partecipato a un corso in un rifugio di scrittura: è stato molto, molto, molto interessante.

E poi subito dopo aver fatto questo cos’ha fatto? È andato a fare l’Allenatore della Nazionale di tiro con l’arco. E lui non aveva mai scoccato una freccia.
Però ciò che aveva imparato nella sua professione da imprenditore, nella sua professione da allenatore, l’ha portato a far sì che la nazionale di tiro con l’arco italiano iniziasse a vincere. E ora sta vincendo.

E quindi la sua bio un po’ mi ha affascinato, ma quello che mi ha affascinato ancora di più è stato la copertina perché a me piace girare tanto nelle librerie, e ciò che mi fa fermare molto nelle nelle librerie è guardare un po’ i libri, sfogliarli in base a ciò che vedo dalle copertine, ciò che c’è scritto sulle copertine: in questo caso qua tornavo da Barcellona e su questa copertina qua c’era proprio Barcellona.

Cercate “Barcellona tuffi” su Google e troverete delle foto spettacolari, perché dove c’è il trampolino olimpionico dove la gente si tuffa, dietro si vede la Sagrada Familia, e i fotografi hanno fatto delle foto spettacolari.

Ecco c’è una di queste foto dove c’era scritto “Capolavori. Allenare, allenarsi e guardare altrove”. E lì ho detto “Ok, è fatta. Lo devo assolutamente prendere”.
E voglio leggervi qualche passaggio di questo libro e vederli assieme, in particolare, volevo leggere vi Il paradosso dell’arciere: avete mai tirato con l’arco? Io, c’ho provato qualche volta in qualche villaggio turistico, però m’ha sempre affascinato, non so, come m’affascina uno sport come il golf – sport che sono molto mentali poco fisici – ne resto sempre affascinato, perché dico “Cavolo! Sembra un gesto apparentemente così semplice, e invece dietro c’è una complessità che è pazzesca, è assolutamente difficile da gestire”, quindi ne rimango sempre affascinato.
E quando ho letto questo testo m’ha fatto dire “Wow!”, sia per come funziona il tiro con l’arco, sia per ciò che nasconde un po’ di più profondo, che più ci può interessare.
Vediamo, adesso lo andiamo a leggere assieme:

Il paradosso dell’arciere
La freccia, quando vola, ha un comportamento aerodinamico sorprendentemente metaforico. Dimenticatevi la linearità della pallottola, voglio una palla di pallavolo che ha uno spin che ne aumenta la velocità di rotazione stabilizzando la traiettoria.
Niente di tutto questo: la freccia, quando scoccata, inizia a dimenarsi come se fosse dotata di vita propria. Prima ancora di lasciare l’arco, la forza, applicata attraverso il rilascio della sulla parte posteriore, detta cocca, fa incurvare la freccia.
La punta si allontanerà dal bersaglio: andrà verso sinistra, ma ritornerà verso destra dopo pochi istanti, curvando ulteriormente e permettendo alla parte terminale, dove c’è l’impennatura, di aggirare il riser, la struttura portante dell’arco.
Da quel momento in poi la freccia continuerà a puntare a sinistra, tornerà a destra, e così via, fino a quando si conficcherà nel bersaglio.
Questo si chiama paradosso dell’arciere: la freccia ci ricorda che al bersaglio ci si avvicina per scatto, per momenti in cui apparentemente ci stiamo allontanando e altri in cui in quel modo ci ri-allineiamo con lui.
Non è forse così in economia, nel business, in politica, nell’arte o nel processo di crescita di un adolescente? Siamo sollecitati da continua necessità di adattamento, correzione, una danza che ci fa allontanare, avvicinare, riallontanare, riavvicinare a ciò che desideriamo.
Osservato con una telecamera ad alta velocità, il volo della freccia ci fa intendere come sia complicatissimo, l’algoritmo che mette insieme qualità del rilascio, comportamento aerodinamico, incidenza del vento, e mille altri dettagli che alla fine permettono che si pianti o meno nel centro del bersaglio. L’arcere dovrà calcolare, sfruttare esperienza, sensibilità, conoscenza delle condizioni esterne, ma altri fattori saranno indipendentemente da lui. L’obiettivo finale sarà centrato solo se sarà capace di controllare tutto il controllabile e se avrà allenato la capacità di reagire in maniera efficace a fattori che invece controllabili non sono.
Ci sono fattori non allenabili, o meglio, situazioni che non possiamo sapere se si presenteranno. Ciò che possiamo decidere invece è come ci comporteremo qualora si presentassero.
E così in generale nella nostra vita: non si centra il bersaglio senza saper uscire dalla traiettoria ideale.
E così ogni volta che tentiamo di trasformare il nostro potenziale o quello delle nostre squadre in eccellenza: quando ci riusciamo, forti della nuova consapevolezza che va oltre la sola conoscenza della tecnica, abbiamo realizzato il nostro personale capolavoro.

C’è un passaggio in particolare che mi ha colpito di questo paradosso dell’arciere che è quando parla e dice che l’arciere dovrà calcolare, sfruttare esperienza, sensibilità, conoscenza delle condizioni esterne, ma altri fattori saranno indipendenti da lui.

Cioè è questa la cosa fighissima, no? Che noi non possiamo controllare tutto. Assolutamente. E spesso e volentieri noi cerchiamo di controllare tutto e finché non riusciamo a controllare tutto non vogliamo procedere, non vogliamo andare avanti.
Ma questo in ogni situazione, cioè dal business, dalla vita, dallo sport.
E invece ciò che ci permette di andare avanti è proprio il fatto del cercare di sapere che qualcosa non lo possiamo controllare e noi possiamo semplicemente reagire in maniera efficace a questi fattori, no?

Facciamo un esempio: quando facevo gare di sci, mi ricordo che c’erano le giornate dove il tempo era bruttissimo, la neve magari era molle, c’erano delle buche gigantesche. Dicevo al mio allenatore “Senti, ma io parto col pettorale numero 15, chi se frega! Le buche non le troverò mai in gara, ma perché mi devo allenare?” e lui diceva “Eh, questo lo pensi tu, ma il giorno che avrai la neve molle e magari succede qualcosa, non parti col numero 15 o ci sono delle buche giganti subito, tu che farai? Non sarei allenato a reagire a quella situazione. Se invece ti alleni oggi nelle buche – certo non è detto che poi quel giorno saranno uguali – ma sarai già più preparato perché ti sarai preparato per delle situazioni diverse dalla condizione ottimale che si spera di avere ogni volta”.

E questo è un po’ il concetto, no? Per quanto tante situazioni non possiamo controllarle dobbiamo cercare di metterci anche noi un po’ in difficoltà, di arrivare a quelle a quelle situazioni.

E questo è un altro concetto di uno dei miei autori preferiti che è Taleb, quello che ha scritto Cigno nero. Che poi, dopo aver scritto Il cigno nero, ha scritto un altro libro che Antifragile o Antifragilità, ed è un concetto che secondo me supera, anzi – secondo me non sono nessuno per dirlo – secondo Taleb supera il concetto di Cigno nero, ed è un concetto molto interessante per tutti perché parla proprio di questo, no, di riuscire ad affrontare le sfide.
Scusate adesso sto parlando così perché sto cercando anche di cercarlo nel libro, ma non riesco a trovarlo, quindi mi stavo impappinando: facciamo prima che vi trovo il pezzo e leggiamo anche questo.
Allora. Eccoli qua. Aspettate eh, che mi metto in una posizione comoda per riuscire a leggerlo e magari mettiamo anche qua un bel tappetino musicale, che potrebbe essere questo: vediamo come suona. Allora.

Ciò che accomuna i capolavori e la capacità di resistere unita a una certa agilità, tanto fisica quanto intellettuale, in realtà è il concetto di resistenza o res… 

Ta-ta-ta. Ho sbagliato tutto, ragazzi. Come la mettiamo? È una diretta, eh: è come se fosse una diretta, anche se non c’è nessuno in diretta. Quindi metteremo un po’ di musica e la rileggeremo tra poco, Olé!!

Dovete sapere che la posizione in cui mi trovo per fare questa puntata della Radio è scomodissima! O meglio, sarebbe anche comoda se non ci fosse un libro e così era stato previsto che non servisse un libro, invece poi l’idea di aggiungere un libro e leggere qualcosa, mi ha sballato tutto, quindi non so bene come muovermi – tra l’altro la sedia è una sedia vecchia di legno che scricchiola tutta, e quindi se la muovo troppo me la sento io in cuffia e quindi per voi sarebbe un casino assurdo – 

E ora direi che possiamo riprovare a leggere:

Ed è, in realtà, il concetto di resistenza o resilienza, oggi superato da quello di antifragilità codificato da Nassim Nicholas Taleb: sistemi, organizzazioni, allenatori, atleti, artisti, manager resilienti, sono capaci di superare grandi difficoltà con determinazione, restando sempre uguali a sé stessi. La metafora che Taleb utilizza per descriverli è quella dell’araba fenice – sì, araba fenice -, uccello mitologico il cui motto è “post fata resurgo”, dopo la morte mi rialzo. L’araba fenice è capace di rinascere dalle proprie ceneri, ritornando a essere esattamente ciò che era prima della morte. Sistemi, organizzazioni, allenatori, atleti, artisti, manager antifragili, sono invece capaci di trarre vantaggio dal superamento delle difficoltà incontrate: ogni ostacolo diventa motivo di apprendimento e migliora la loro efficacia, ogni soluzione porta ricchezza, come se si raffinasse un software che permette di essere sempre più capaci di esprimere performance di eccellenza.
La metafora che Taleb usa in questo caso è quella del l’idra, leggendario mostro della mitologia greca e romana, protagonista della seconda delle dodici fatiche imposte a Ercole: la caratteristica del l’idra è che ogni volta che una delle sue teste viene decapitata dal moncherino ne crescono due.
Ecco perché le persone antifragili sono loro che vanno letteralmente a cercarsi le difficoltà da superare i problemi da risolvere. È come se andassero in giro dicendo “tagliatemi la testa perché dopo sarò ancora più forte”. Tutti gli atleti vincenti che ho conosciuto appartengono a questa categoria: gente a proprio agio nel difficoltà, capace di trasformare i problemi in opportunità, di esaltarsi proprio nei momenti più difficili.
Questa antifragilità è allenabile? Sì. Anzi esistono allenatori antifragili, ovvero coach capaci di far fare i propri atleti qualcosa che a loro suona come fastidioso, difficile e imprevedibile.

That’s it!

Ed è quello che proprio stavo dicendo del mio allenatore: il mio allenatore cercava di allenarmi a delle situazioni in cui poi mi sarei ritrovato. E proviamo a traslarla da ciò che è lo sport a ciò che invece è il lavoro, quindi se stessimo parlando di team, di squadra, della propria squadra, no, noi dobbiamo cercare di allenare le persone che lavorano con noi, non solo a fare ciò che sono abituati a fare, ma a sfruttare il pensiero laterale: perché quando ci troviamo ad affrontare un problema, spesso e volentieri il modo migliore per risolvere quel problema, non è risolverlo come si è sempre risolto, ma è trovando una una soluzione che non sta andando a riparare il problema, ma sta andando a innovare, sta andando a creare proprio qualcosa di nuovo. E così si riesce sempre ad essere un passo avanti, a ragionare in modo diverso. E questo è molto importante. Però se non si allena la propria squadra, il proprio team a fare questo, ovviamente il proprio team continuerà a procedere nello stesso modo.

Gli hai insegnato che a stimolo A si risponde con B e allora continuerà a fare “quando vede A rispondere con B”, e invece bisogna insegnargli che quando vede A, vede il problema, non deve rispondere con B, perché B è il palliativo, ma deve pensare a un modo per portarci a C, a D, a E o a F.

Ovviamente questo non è sempre possibile, ma questo ci aiuta a far cosa? Che quando si presenterà invece un problema, che non è più il problema A che noi sappiamo come risolvere, ma si presenterà il problema F e noi il problema F non sappiamo come risolverlo, il nostro team non sarà lì a dire “Ehm… Non so come fare, è la fine”, ma il nostro team sarà in grado di andare a risolverlo.

Queste sono le persone che a noi piace avere in squadra. E il lavoro di un leader è questo: riuscire a tenere in squadra persone che sono eccellenti.
Se no invece vuol dire che sei un capo, e in quanto capo stai tenendo in squadra delle persone che ti va bene che tu gli dici A e loro risolvono con B e che se ci sia F non siano in grado di risolverlo, o meglio, non saranno in grado di risolverlo e anzi, ti incazzerai perché non sono in grado di risolverlo. Ma lì la colpa sarà più colpa tua che colpa del tuo team.
Infatti una frase, o la prima regola della comunicazione, è proprio questa, che spesso e volentieri quando noi puntiamo il dito contro qualcuno e diciamo “Ah, ma che cavolo, ma come ha fatto ancora sbagliare, a fare quella cosa in quel modo”, eh, magari siamo noi che abbiamo sbagliato, cioè molto probabilmente siamo noi che abbiamo sbagliato.
Quindi prima di pensare che qualcuno ha sbagliato, noi dobbiamo ricordarci che le persone fanno il meglio che possono, con gli strumenti che hanno disposizione in quel preciso momento. E se gli strumenti glieli abbiamo dati noi, forse siamo noi che non gli abbiamo dato strumenti necessari per risolvere quel problema, per fare quella determinata azione. Quindi dobbiamo sempre guardare prima verso di noi.

Certo se la prima volta lo facciamo, la seconda volta lo facciamo, la terza volta lo facciamo, la quarta volta lo facciamo, e ancora la cosa non funziona, allora molto probabilmente anche il collaboratore sta sbagliando.
Ma quando pensiamo che il collaboratore sia il primo a sbagliare, invece spesso e volentieri siamo noi che abbiamo sbagliato.

E niente. Passerei quindi a un terzo brano di questo libro, perché abbiamo parlato di collaboratore, abbiamo parlato di allenare i collaboratori, non sono sceso nel profondo eli discorso allenare – magari ci dedicheremo un’altra puntata -, ma ovviamente per quanto possiamo allenarli, per quanto possiamo allenarli a essere antifragili, a sfruttare il pensiero laterale, a – appunto come dice paradosso dell’arciere – ricordarsi che spesso e volentieri che è quando le cose non vanno come sembrano che poi si arriva davvero al bersaglio, bisogna anche ricordarsi che queste persone qua sono persone e il loro gioco, in quanto collaboratori, non è il nostro gioco, in quanto imprenditori, perché hanno una vision e dei sogni diversi.

E quindi volevo leggere un brano – qua ritorno la solita posizione scomodissima che spero di riuscire a trovare – che – tatatatata – è una lezione del 1972 tenuta da Viktor Frankl, che è stato uno dei fondatori dell’analisi esistenziale della logoterapia, metodo che tende ad evidenziare il nucleo spirituale dell’individuo, messo a punto proprio da lui che nel 42-45, a causa delle sue origini ebree, fu prigioniero in quattro diversi campi di concentramento nazisti, tra cui Auschwitz e Dachau.

E Berruto ritrova questa lezione che si era salvato e ce ne propone una parte.
Mettiamo un’altra base e leggiamo questa parte. Prenderò prima o poi la mano e non dirò più mettiamo questa base, troviamo quest’altra base, ma partirò e basta. Questa forse non è ancora stata messa.

In Europa ogni studente americano, diciamo pure ogni americano adulto, è visto come qualcuno che vive esclusivamente per fare un sacco di soldi. In realtà solo il 16% di questi studenti ha come principale obiettivo o interesse nella vita, quello di guadagnare un mucchio di soldi. Sapete tuttavia qual è la categoria al vertice di questa statistica? Il 78% di questi giovani americani sono preoccupati, così come si sono espressi loro stessi di trovare un significato e uno scopo nella loro vita.
Quindi è questo il punto di vista realistico dell’essere umano. Sapete, non ci crederete, ma con i miei capelli grigi e alla mia età, ho iniziato recentemente a prendere lezioni di volo. Sapete cosa mi ha detto il mio istruttore? “Se decolli da un certo luogo e vuoi atterrare ad est, ma c’è vento di traverso da nord, scarroccerai e atterrerai al di sotto di quel punto. Quindi bisogna fare quello che più là ti chiamano crabing, volgere la prua proprio verso la direzione del vento: se punterete a nord sopra al campo di atterraggio, alla fine atterrerete veramente dove vorreste. Ma se volerete dritto finirete inevitabilmente a sud.”
Io credo che tutto questo valga anche per gli esseri umani: se consideriamo un uomo ciò che realmente è, lo rendiamo peggiore, se lo sovrastimiamo, se lo idealizziamo e lo visualizziamo lassù in alto, sapete cosa succede? Lo incoraggiamo a diventare ciò che può essere realmente.
Qui dobbiamo essere idealisti. Perché solo così si finisce per essere realmente realisti. E sapete chi ha detto questo? – Se prendiamo un uomo per ciò che è, lo peggioriamo. Ma se lo prendiamo per ciò che dovrebbe essere, allora lo rendiamo capace di diventare ciò che può essere – Non l’ha detto il mio istruttore di volo, non l’ho detto io, l’ha detto Goethe. L’ha detto lui, letteralmente.
Ora capirete perché ho sostenuto nei miei scritti questa tesi come il motto più appropriato per qualunque attività psicoterapeutica. Se non riconoscete in un giovane il suo desiderio di significato, considerando che l’uomo è costantemente in ricerca di un significato, lo renderete peggiore, lo deprimerete, aumentate e favorite la sua frustrazione. Invece presupponete che in quell’uomo, anche se è un cosiddetto criminale, un giovane delinquente, un tossicodipendente, ci sia almeno un barlume di ricerca di significato, dovete presupporlo, riconoscerlo, e solo allora riuscirete a desumerlo da lui, facendolo diventare ciò che fin dal principio era in grado di diventare.

E torniamo a quello che stavamo dicendo prima: le persone fanno il meglio che possono con gli strumenti che hanno disposizione. Quindi spesso e volentieri dobbiamo pensare che molto probabilmente siamo noi a non avergli dato quello che gli poteva servire, gli strumenti necessari per affrontare quella sfida.
E come dicevo prima, ricordarci che i nostri collaboratori partecipano a un gioco diverso dal nostro, la loro vision sarà sicuramente diversa dalla nostra vision. Ci sarà un punto di incontro tra le nostre vision, ma non sarà sicuramente la la stessa vision.
Pensare che la vision dell’imprenditore possa collimare con la vision del collaboratore, è qualcosa che è folle, perché le persone appunto cercano significato. In quanto cercano significato e hanno scelto una strada da dipendente, non possono trovare lo stesso significato che cerca un imprenditore.
E non c’è un significato più giusto o più sbagliato: c’è semplicemente il significato che ognuno vuole per per sé stesso.

E per stasera penso che basta: questa puntata finisce così, finisce con l’aver letto un pochino di questo libro che vi consiglio davvero tanto, perché è un libro che lascia molto.
Vi ho letto soltanto qualche passaggio estrapolato così, ma che mi piaceva condividere proprio perché lo sto rileggendo in questi giorni.
L’ho letto a giugno, trovandolo a caso in una libreria e adesso – ero qua, stavo guardando un po’ i libri che avevo in casa -, l’ho ripescato poco fa e ho detto “Ah, questo libro è strabello, voglio leggerne qualche passaggio”. Allora mi sono messo a guardare cosa mi sono scritto nella prima pagina del libro – perché è dove di solito mi prendo appunti – e da lì ho detto “Evvai, iniziamo a leggere qualcosa. Facciamo play sulla radio”. 

Tra l’altro mi fa ridere perché il primo appunto che ho preso su questo libro è “Spunti derivati da lettura” e ho scritto “Execution first: il podcast per chi non può permettersi di parlare, ma deve portare a casa risultati concreti”.
E poi da giugno ora in verità il concetto è evoluto, è cambiato.

E ora io invece vorrei arrivare darvi la buonanotte con una canzone – una canzone che ha un ritmo un pochino più alto rispetto a quello della puntata zero, meno chill, più The Kooks, Arctic Monkeys un qualcosa un pochino più indie-rock – e con una frase. Una frase di Muhammad Ali che ci dice che “I campioni devono avere volontà e abilità, mla volontà deve essere più forte delle abilità”.

Buonanotte

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