006 LATESESSION! Sepulveda, pirati e Isola di pasqua.

Trascrizione:

LateSession. Puntata numero 6.
Here we are. Si parte, ragazzi!

Qui ragazzi Luca Cresi Ferrari dalla classica postazione in Valtellina che ormai avrete imparato a conoscere e sapete che è piena di libri, l’attrezzatura per registrare, assolutamente ciò che non manca mai un buon bicchiere di Braullio, e non è mai un bicchiere di Braullio, è sempre un bicchiere e una bottiglia, perché ogni tanto ce lo rattoppiamo e ne beviamo di più.
Oggi è il 19 aprile, sono le 2:20 di mattina, e fuori c’è una stellata che è pazzesca ragazzi.

Ma bando alle ciance, basta con le presentazioni: ormai ci conosciamo, andiamo dritti al sodo. Perché questa sera facciamo un grandissimo viaggio, questa sera viaggiamo dall’altra parte del mondo. Quindi ragazzi preparatevi, chiudete gli occhi, e immaginatevi in un porto, in compagnia di Sepulveda che ci racconterà dove ci troviamo e siamo in Sud America.
Appunti su una Moleskine.

Bene, eccoci qua, dico sottovoce, e un gabbiano si volta a guardarmi un istante. “Un altro matto,” penserà il gabbiano, perché in realtà sono solo, davanti al mare, a Chonchi, un porto dell’Isola Grande di Chiloé, nell’estremo sud del mondo. 

Aspetto che diano l’ordine di salire sul Colono, un traghetto verniciato di rosso e di bianco, che dopo vari decenni passati a navigare nel Mar Baltico, Mediterraneo e Adriatico, è venuto a galleggiare sulle fredde, profonde e imprevedibili acque australi.

Il Colono, dopo le preannunciate 24 ore di navigazione – in realtà possono essere 30 o più, tutto dipende dai capricci del mare e dei venti – mi lascerà a circa 500 miglia più a sud, in mezzo alla Patagonia cilena.

Mentre aspetto penso a quei due vecchi gringo che hanno messo i fragili fili del destino facendo sì che un mezzogiorno d’inverno Bruce Chatwin e io c’incontrassimo nel Caffè Zurich, a Barcellona.

Sono passati molti anni da quel mezzogiorno a Barcellona, molti anni e alcune ore, perché in questo momento mentre aspetto che gli scaricatori finiscan di portare a terra le merci del Colono e autorizzino a salire a bordo, sono le tre del pomeriggio di un giorno di febbraio come quello. Ufficialmente è estate nel sud del mondo, ma sembra che il gelido vento del Pacifico non conceda la minima importanza al dettaglio perché soffia con raffiche e gelate che intorpidiscono fino alle ossa e obbligano a cercare il calore dei ricordi.

“Diavolo, Bruce! perché non fai in modo che lascino salire a bordo prima che mi trasformi in un pinguino?”. Ricordo tutto questo mentre aspetto seduto su una botte di vino davanti al mare, in un porto del sud del mondo, e prendo appunti su un taccuino con i fogli a quadretti che Bruce mi regalò proprio per questo viaggio: non si tratta di un taccuino qualunque, è un pezzo da museo, un’autentica Moleskine, apprezzatissima da scrittori come Celine ed Hemingway, che ormai non si trova più nelle cartolerie.

Una voce annuncia che salperemo tra pochi minuti, e questo può significare pochi minuti o poche ore, si sa, le ore sono composte da minuti. Allora decido di interrompere il mio processo di congelamento e cerco riparo in un bar che si affacciano sul porto.
La maggior parte dei piccoli porti e dei villaggi dell’isola di Chiloé furono fondati dai corsari o per difendersi dai corsari nel Cinquecento e nel Seicento. Corsari, tutti costretti ad attraversare lo stretto di Magellano per tanto passare da posti come Chonchi.
Di quei tempi è rimasto il carattere funzionale degli edifici, tutti assolvono a due funzioni benché sia solo una la principale: i locali servono da bar e da ferramenta, da bar e da ufficio postale, da bar e da agenzia di cabotaggio, da bar e da farmacia, da bar e da onoranze funebri.
Entro in uno che è un bar e farmacia veterinaria, ma un cartello all’ingresso assicura che assolve a una terza funzione: assicurano rogna, diarrea animale e umana.

Mi siedo a un tavolo accanto alla finestra, apro la Moleskine e ordino del vino. “Un vino o un vinello?” chiede il cameriere.
Sono nato in questo paese solo un po’ più a nord, appena duemila chilometri separano Chonchi dalla mia città natale, e forse è colpa della mia lunga permanenza lontano da questi confini se ho dimenticato certe importanti differenze.
Senza pensarci ripeto che voglio bere del vino. Poco dopo il cameriere ritorna portando qualcosa che può benissimo servire da vaso di fiori e che contiene poco meno di un litro di vino.
Non conviene indicare diminutivi nel sud del mondo: un buon vino, un pipeño di vino giovane, leggermente acido, aspro, agreste come la natura che mi aspetta oltre la porta. Si beve con piacere.
Mentre sorseggio si affaccia alla memoria una certa storia che Bruce amava ricordare, riguardo al modo così speciale che hanno gli isolani di spiegare i dettagli della vita.

Nel suo viaggio di ritorno dalla Patagonia, con lo zaino pieno zeppo di Moleskine, alle quali aveva fissato la materia prima per quello che sarebbe divenuto “In Patagonia”, uno dei migliori libri di viaggio di tutti i tempi, Bruce passò da Cucao, nella zona occidentale dell’isola. Aveva una fame arretrata di vari giorni e quindi desiderava mangiare, ma senza appesantire troppo lo stomaco.
“Per favore, vorrei qualcosa di leggero” spiegò al cameriere al ristorante in cui era entrato. Gli servirono mezzo cosciotto di agnello alla brace. E quando reclamò ripetendo che voleva mangiare qualcosa di leggero, ricevette una di quelle risposte che non ammettono discussione: “Era un agnello molto magro. Il signore non troverà una bestia che sia più leggera in tutta l’isola”. Gente curiosa questa.
E siccome Chiloé è l’anticamera della Patagonia, i suoi abitanti ci preparano a supportare le belle e ingenue eccentricità di quelli che vivono più a sud.

Un professore della parte argentina mi ha raccontato una storia insuperabile: uno dei suoi alunni aveva scritto sull’orologio “L’orologio serve a dosare i ritardi. Anche l’orologio si guasta. E così, allo stesso modo in cui le auto perdono olio, l’orologio perde il tempo”.
Chi ha parlato di morte del surrealismo?

E questo ragazzi era Louis Sepúlveda.

Perché ho deciso di iniziare con Louis Sepúlveda questo nostro viaggio? Beh perché Louis Sepúlveda sicuramente mi ha accompagnato durante tanti viaggi e in particolar modo durante un viaggio in Sud America proprio leggendo questo libro Patagonia Express.
Ahimé non sono andato in Patagonia ma poco cambia, volevo un libro che parlasse di quelle terre. Sono andato in Cile e quindi un libro scritto da un cileno che parlava del Cile era perfetto.

Un altro motivo è perché in questi giorni, purtroppo a causa del Coronavirus, Louis Sepúlveda ci ha lasciati. E ciò mi ha fatto pensare. Mi ha fatto pensare a lui, mi ha fatto rileggere un po’ di libri, guardare le sue interviste, e ho detto “Wow. Se c’è un modo in cui posso definire, una parola che secondo me rappresenta Sepúlveda nel migliore dei modi, è sognatore. Sognatore perché è una persona che uno non è mai andata contro i suoi ideali, anzi è stato incarcerato perché è andato contro il regime di Pinochet ed è stato costretto all’esilio, due è una persona che ha sempre cercato di vivere la vita che si è immaginato e quando non ci riusciva non ha mai ceduto, non s’è fermato, non ha detto “Ok, mi arrendo. Ok, questo è ciò che farò, questa è la vita che devo fare”, ma ha sempre iniziato qualcosa di nuovo, si è sempre spostato – e qua ritorniamo a Lucio Corsi, celebrare i grandi inizi, no? Ne parlavamo nell’altra puntata sulla gioia di vivere -.

Era quindi un sognatore. E un sognatore particolare, perché oltre ad essere lui un sognatore… E per me sognatore, viaggiatore è qualcosa che ha molte similitudini, no? Una persona che sogna è una persona che molto probabilmente vuole viaggiare, perché viaggiare è conoscere, viaggiare è sognare ad occhi aperti. E infatti Sepúlveda ci racconta spesso nei suoi libri i suoi viaggi.
E oltre a far sognare lui è un sognatore che ha fatto sognare migliaia di altre persone coi suoi libri. I suoi libri hanno una capacità particolare: è in grado di scrivere un libro che piace ad una persona di quarant’anni, cinquant’anni, e a un bambino di sette, otto anni.

Ho un ricordo che il libro il gatto che insegnò a volare alla gabbianella, da cui è tratto l’omonimo film – omonimo, non è omonimo, ma da cui è tratto il film La gabbianella è il gatto – è un libro che potevano leggere i nostri genitori, e che mia mamma lesse, e che poi mi misi io a leggere, no? Ed era come “Wow. Leggo un libro che legge mia madre”.
Ecco, Sepúlveda aveva questa capacità. E poi oltre a questi libri, questo contatto con gli animali perché parla spesso degli animali, c’è tutto il tema dei viaggi e un altro tema, il tema dell’amicizia.

E a proposito di amicizia in questi giorni sfogliando, leggendo un po’ le sue interviste e ascoltandole anche su Youtube, ne ho trovato proprio uno che parla di amicizia e poi dall’amicizia ci da il là per introdurre l’argomento successivo.
Sempre restando da questa parte del mondo, quindi teniamo gli occhi chiusi e continuiamo a viaggiare, ascoltiamo queste parole sull’amicizia e su un altro tema che andremo ad approfondire che ha molto, molto, molto a che fare con il Sud America.
Adesso lo andiamo a sentire insieme.

L’amicizia è sempre stato un valore fondamentale per me nella mia vita e trasporto anche questo valore fondamentale alla mia letteratura.
Sono tanti i libri che parlo dell’amicizia e dimostro questa amicizia. Questo non è nuovo.
Per me per esempio nella letteratura il monumento all’amicizia l’ha scritto Salgári, con un personaggio, come Yanez de Gomera l’amico di Sandokan, che è veramente un errollo dell’amicizia, ma enorme.
Tutto il mondo credo, io personalmente, io sognavo un giorno non di diventare Sandokan, sognavo di avere un amico come Yanez de Gomera.

Sandokan. Salgári. L’argomento è: i pirati.
E qua prendo un altro autore, Hugo Pratt, da cui leggo un suo brano.

L’isola del tesoro, Adepta di Robert Louis Stevenson, Tifone, Cuore di tenebra, La linea d’ombra di Joseph Conrad, Moby Dick, Typee e Omoo di Hermann Melville, Il lupo di mare o i Racconti del mare del sud di jack london, Pioggia di Somerset Maugham. Tutte le loro storie, i loro personaggi, si mescolano con la realtà dei fatti accaduti nel Pacifico: gli esploratori che l’hanno percorso, i velieri che hanno dominato le sue onde e quelli che sono finiti sulle sue scogliere, i bucanieri, i pirati, gli avventurieri, i cannibali, gli stregoni, tutto un popolo di personaggi che fanno parte di un labirinto di sensazioni nel quale non domando altro che vagare senza una meta e forse di perdermi, seguendo il fiocco di un veliero o l’ala di un gabbiano.

Siamo arrivati, siamo arrivati nel periodo dei corsari, dei bucanieri, dei pirati, degli avventurrieri, dei cannibali e degli stregoni, un mondo che mi affascina, mi affascina davvero tanto. E quindi entriamoci nel mood con questa canzone che parla proprio di pirati.

Ci siamo, siamo nel mood. Immaginiamo due velieri che si preparano all’assalto, uno contro l’altro e i pirati che saltano da uno all’altro veliero per scontrarsi.
E qua ci vengono in memoria immagini di film, come può essere I Pirati dei Caraibi, immagini di libri, come i libri che ha citato prima Pratt, o immagini di graphic-novel. Graphic novel in particolare a me viene in mente Corto Maltese, mi viene in mente proprio quello come graphic novel che è scritto, disegnato da Hugo Pratt.

Ma facciamo un passo indietro: pirati, corsari, perché il Sud America? Beh perché quando pensiamo ai pirati molto probabilmente pensiamo I Pirati dei Caraibi ma in verità i pirati hanno quella fascia che sta un pochino più in basso che ha a che fare con ciò che avviene tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano e tutta quella zona della Polinesia e quant’altro, quindi ha molto a che fare con tutto quel mondo.

E quindi il Sud America ha molto a che fare: se pensiamo ad un posto in particolare, di cui parleremo tra poco, è l’Isola di Pasqua. L’Isola di Pasqua è cilena e ha tanto a che fare con l’immaginario collettivo dei pirati, pirati che sono passati anche dall’Isola di Pasqua. E poi Sud America, pirati, ahimé: la pirateria c’è ancora. C’è ancora nell’Oceano Indiano, nell’Oceano Pacifico e in Sud America non è scontato trovare i pirati.
Quando si leggono libri di barche, libri di barche a vela, di viaggi intorno al mondo, tutti dicono “Attenti in certe zone” proprio perché potreste incontrare i pirati.
E attenzione, pirati: noi abbiamo in mente questo stereotipo del pirata gentiluomo, di un codice d’onore dei pirati. I pirati che ci sono ora sono semplicemente banditi, che potremmo definire più banditi che pirati.

Però non so perché nell’ultimo periodo il mondo dei pirati, il mondo dei velieri, dei corsari è un mondo che mi affascina tanto, un mondo che m’ha fatto esplorare, m’ha fatto tornare a leggere libri, come appunto L’isola del tesoro: era un libro che al liceo, ragazzi, odiavo, non mi dceva nulla. L’ho riletto e ho detto “Wow! Ma come ho fatto a odiare questo libro qua?”.
Moby Dick: ok, ci sono dei capitoli un po’ pesantini tipo quelle quaranta pagine dove descrive tutte le singole differenze tra i cetacei, però se togliamo quelle quaranta pagine e non ce le leggiamo, è assolutamente un bel libro, un libro che fa sognare, che fa viaggiare.
E quindi lasciano qualcosa, lasciano tanto e poi quando si ha la fortuna di viaggiare in quei posti, fanno vivere delle emozioni, fa un po’ immedesimarsi, fa voglia di provare proprio a passare in quei luoghi pensando a ciò che è successo.

E torniamo un attimo a Corto Maltese: chi è Corto Maltese e chi è Hugo Pratt?
Hugo Pratt è uno scrittore, disegnatore – più disegnatore che scrittore, ma anche scrittore – di graphic novel. E lui inizia – appunto perché scopre dei libri sui pirati a Venezia – a raccontare le storia di questo pirata, questo pirata è Corto Maltese, e disegnare queste graphic novel che diventano dei cult.
Io, pensate, ho scoperto le graphic novel di Corto Maltese con una pagina su Facebook: penso di averne già parlato in un’altra puntata di questo, oppure magari in qualche diretta parlando di altre cose, non lo ricordo ora. Comunque Corto Maltese era una pagina su Facebook che mette delle bellissime citazioni e poi dei bellissimi disegni ad acquarello: dicevo “Oh wow! Che belli! Ma guarda questo pirata” e così, e poi ho scoperto che Corto Maltese era una graphic novel e da lì ho iniziato a leggermi le graphic novel.
Prima graphic novel di Corto Maltese che ho letto, becco la foto vicino a un Moai: io quell’estate sarei andato in Sud America, e quindi vuoi non andare sull’Isola di Pasqua? Assolutamente no. Bisogna assolutamente andare sull’Isola di Pasqua.

E infatti ora vi voglio leggere un brano tratto da Hugo Pratt che ha deciso di ripercorrere tutti i luoghi che aveva raccontato ma che non aveva vissuto, aveva semplicemente letto da altri libri e quant’altro, ok? Per far cosa? Per vedere un po’ i posti di cui lui aveva parlato, i posti di cui lui tanto aveva letto.
E quindi vi voglio leggere un brano che parla dell’Isola di Pasqua, perché l’Isola di Pasqua è un territorio molto particolare e mi piace molto come viene descritto qua. E tra l’altro io questa descrizione qua l’avevo con me durante il viaggio e me la sono letta prima di arrivare sull’Isola di Pasqua. E quindi arrivato là è stato un po’ un déjà vu:

Piove. Un vento forte e irregolare schiaffeggia con raffiche di pioggia sottile l’immobile idolo di pietra. Dense nuvole nere si accavallano sulla linea dell’orizzonte e il mare, ribollendo di schiuma, si accanisce sugli scogli che circondano l’isola. L’acqua scorre sulla pietra porosa dei moai e le linee appaiono più nette, lucide nell’intensa luce dorata del sole che riesce a tratti a filtrare dal grigio. L’odore intenso del mare si unisce a quello muschioso della terra e a quello della vegetazione che la ricopre.

Una brughiera giallastra che ricorda gli aspri paesaggi scozzesi. Miglia e miglia di mare separano l’Isola di Pasqua nel mezzo del Pacifico meridionale dalle coste del Cile e dalle altre isole disseminate nell’oceano.
Rapa Nui in polinesiano vuol dire “la grande roccia” ma gli antichi abitanti la chiamavano “l’ombelico del mondo”: è un posto dove non ci si capita per caso, bisogna venirci di proposito, dopo aver fatto un lungo viaggio per mare o per cielo. Non è bella o dolce come le altre isole del Pacifico, né circondata da spiagge bianche ornate di palme, ma è forte, intensa, un granello scuro di roccia sperduta nell’infinito del mare.
Un mondo particolare, segreto, da scoprire lentamente, anzi, da intuire in compagnia dei moai, che se ne stanno immobili da secoli a guardare le stelle.

La solitudine si popola di leggente che la considerano parte emergente di antichi mondi mistici, con scomparsi in seguito ad antiche guerre o imponenti stravolgimenti naturali, si popola di uomoni che vi giungono provenienti dall’Asia, testimoni di un’antica civiltà megalitica che avrebbe lasciato testimonianze del suo passaggio dai dolmen della Cornovaglia alle imponenti vestigia di Cuzco o di Tiahuanaco. Una porta d’ingresso a mondi scomparsi e leggende troppo belle per non essere accettate anche se, forse, troppo ingenue per essere credute.
Sicuramente una splendida porta d’ingresso alla suggestione e alla fantasia.
Velieri di tutte le dimensioni sono passati di qui, in tutte le epoche, alla ricerca di un qualcosa, una terra mitica, o solamente un rifugio alla tempesta o alla possibilità di rifornimento, dopo le infinite miglia di oceano percorse per raggiungere questo lembo di terra.

Ecco, questa è l’Isola di Pasqua.
Ed è esattamente così: quando ci capiti sopra provi la prima sensazione strana che è “Ok, se sono qua è proprio perché ci voglio essere. Cioè, non ci posso capitare. Sono distante da qualsiasi cosa, se sono arrivato è proprio perché  voglio arrivarci”.
E poi pensi alla sensazione del “Wow. In questo posto qua arriva un aereo al giorno, da neanche troppi anni, prima nemmeno quello” ma quindi, quante persone avranno solcato questi posti, avranno camminato su questa terra? Poche. E in qualche modo ti senti privilegiato, ti senti un po’ anche addosso la responsabilità di non dar fastidio, di non essere invadente, di non rovinare ciò che c’è in questi posti.
E poi dopo appena esci dall’aeroporto – aeroporto che la pista è un corridoio, fine – non c’è nient’altro: apre un’ora prima che arriva l’aereo e chiude un’ora dopo che è partito l’aereo, quindi sta aperto due ore praticamente.

Ed esci e vedi quest’isola, sono 15 chilometri, 20 chilometri, pochissime strade, una asfaltata, il resto non asfaltato, isola vulcanica quindi ci sono due vulcani sull’isola che non sono attivi ovviamente e anzi i crateri adesso dentro hanno tutto verde, una vegetazione molto rigogliosa, ma per il resto una terra super brulla: tutte scogliere, un mare incazzatissimo perché immaginate le onde intorno sicuramente non hanno altre isole, no? Quindi possono caricare lontano e arrivare.
Quindi vedi queste onde enormi che si schiantano contro la scogliera e una sola spiaggia bianca dove però attenzione, non si può fare il bagno: troppe correnti quindi rischi di essere portato via in un secondo.
E ovunque questi cavalli che vanno in giro, perché sono liberi giustamente: tutti li marchiano e poi li lasciano liberi, tanto dove possono scappare? Quindi ognuno sa qual è il proprio cavallo senza nessun problema. E anzi per le strade del paese a volte vedi in giro le persone a cavallo.

E a far da sfondo a tutto ciò cosa c’è? A far da sfondo a tutto ciò ci sono i Moai.
E quindi tu magari stai passando vicino a una strada e vedi “Oh, guarda: un Moai. Oh, guarda: un altro Moai”. Ma attenzione, per loro sono sacri quindi non bisogna mancare di rispetto ai Moai, non bisogna avvicinarsi perché i Moai intorno hanno tutto un cordolo di sassi che delimita la zona sacra, quindi non si può entrare all’interno di questi cordoli, e ogni sito dove ci sono i Moai c’è una guardia e devi stare molto attento perché se sbagli a comportarti, se metti un piede dove non puoi metterlo sono molto severi perché stai mancando di rispetto alla loro tradizione.

E non lo so, sono delle sensazioni strane essere sull’Isola di Pasqua, ma delle sensazioni molto potenti, delle sensazioni molto forti, e ti lascia tanto, ti lascia quel qualcosa.
Io sono stato un giorno, pensate, sono andato – ero in Bolivia – dalla Bolivia sono andato in Cile al deserto di Atacama, lì ho preso un aereo per arrivare a Santiago, Santiago ho fatto una notte, ho dormito in aeroporto, e la mattina presto partivo per cinque ore – perché sono cinque ore dal Cile – per arrivare sull’Isola di Pasqua. E poi, una volta sull’Isola di Pasqua, ho fatto una giornata e poi altre cinque ore per tornare a Santiago del Cile, fermarci lì, e poi continuare il nostro viaggio.

È stata una giornata, è stata una giornata intensa, una giornata molto riflessiva perché intanto sei, ti senti un po’ un archeologo, un esploratore, perché ci sono mille storie su ciò che è l’Isola di Pasqua, come “Come mai non ci sono alberi? Come hanno costruito queste statue?” e se le popolazioni si erano estinte e poi sono arrivate di nuovo e da dove sono arrivate, quali culture avevano. C’è davvero di tutto. E quindi ti senti un esploratore che cerchi di capire tutte queste cose: è davvero, davvero affascinante. E anche tutte le storie che stanno dietro sono affascinanti.
Intanto perché si chiama Isola di Pasqua? Beh, si chiama Isola di Pasqua perché il primo comandante inglese che la scoprì, che è – ora vi dico il nome esatto perché ovviamente non posso ricordarmelo -, fu, anzi no, fu un olandese: il primo che vi mise piede fu un olandese, Jakob Roggeveen, era il giorno di Pasqua del 1722. E così la chiamò Isola di Pasqua.
E poi successivamente ci fu Cook, l’ammiraglio inglese super conosciuto che fece i primi disegni di questi Moai.

Ma in verità il nome dell’isola è Rapa Nui. Appunto come abbiamo visto prima, Rapa Nui, che vuol dire grande roccia ma per loro era l’ombelico del mondo.
Su come fosse arrivata la popolazione non si capisce molto bene, molto probabilmente siccome parlano una sorta di tahitiano, polinesiano, si dice che siano arrivati magari dalle isole di Tahiti, anche se sono quattro miglia di mare, quindi difficile pensare come le abbiano fatte, ma che in qualche modo ci sia arrivato qualcuno e si è insediato.
E la cosa assurda è che poi su questi sedici chilometri di isola abbiano vissuto poi dei periodi pacifici e dei periodi dove erano più tribù che si scannavano l’una con l’altra, infatti qua poi partono tutte le teorie del “Ah, poi diventati cannibali, quindi si sono mangiati l’uno con l’altro perché non sapevano più cosa mangiare” “Avevano finito il legno per far rotolare le statue che costruivano e quindi non potevano creare barche” “Ah no, si sono estinti perché le popolazioni europee con le navi che sono arrivate li hanno a un certo punto – com’è che si dice -, li hanno attaccato delle malattie che non conoscevano”: tutte delle teorie diverse ma non si sa esattamente com’è andata la storia.

Quello che non si capisce anche sono queste statue, questi grossi idoli di pietra – ragazzi, sono davvero imponenti, è assurdo: quando li guardi tra l’altro dici “Wow”, sono di una bellezza unica – non riesci a capire come possano averli portati da una parte all’altra dell’isola, anche perché sono fatti con pietra lavica, quindi fatti in vicinanza del vulcano, ma tu non li trovi assolutamente vicino al vulcano, se non alcuni che sono appunto quelli che stavano facendo. E quindi chissà come li hanno portati, cioè ci sono diversi documentari dove fanno vedere che provano i modi in cui potrebbero averli mossi, con delle corde facendoli dondolare con dei legni trasportandoli: nessuno è mai riuscito a muovere dei calchi uguali a quelli. Quindi siamo davanti a una sorta di mistero: la nostra tecnologia non capisce come la tecnologia passata fosse in grado di fare tutto ciò.
Ed è molto affascinante come cosa.

E la cosa bella è che per loro questi idoli di pietra rappresentano… Ogni volta che moriva il saggio del villaggio, lo sciamano del villaggio, facevano un idolo che rappresentasse questa persona qua e lo portavano al villaggio per proteggere questo villaggio.
E infatti quello che succede è che guardano tutte queste statue verso il mare perché l’idea era proteggere da minacce esterne, quindi non guardavano. Cioè anzi, qua è ancora più controversa la cosa perché ora guardano verso l’esterno e si dice che siano state messe girate verso l’esterno, perché invece una volta guardavano verso l’interno perché appunto proteggevano il villaggio e quindi non guardavano verso il mare.
“E com’è possibile che siano state girate” starete dicendo. Attenzione, quando sono state scoperte, dobbiamo pensare che erano passati talmente tanti anni che tutte queste statue qua, per i sedimenti del vento, del mare, della terra, si trovavano sotto terra, sono state scavate appunto – perché si risaliva a queste immagini di John Cook del 1700 e di altri navigatori – e quindi nel 1800 e passa, forse anche nei primi del ‘900, sono state proprio scavate, tirate fuori dalla terra e poi riposizionate. E sono state riposizionate verso l’esterno.
Anche qua però c’è un dilemma perché Cook le disegnò posizionate verso l’esterno e non verso l’interno. Allora pare che alcune in alcuni posti fossero posizionate verso l’esterno e invece altre in altri posti fossero posizionate verso l’interno.

Come vedete è tutto molto ricco di misteri, non si sa la verità, non c’è un’unica teoria. E anche se parli con gli isolani è bellissimo perché loro hanno un libro che hanno scritto loro per salvaguardare la loro storia, per spiegare un po’ quello che è, ma ti rendi conto all’interno del libro come neanche loro siano sicuri di molte di queste teorie e anche loro non sanno, però appunto c’è del sacro quindi non è neanche così importante per loro capire in che modo siano da una parte all’altra dell’isola.
Però è davvero un qualcosa di emozionante, io ho dei ricordi stampati nella mia mente di un tramonto da una parte dell’isola con questi Moai con dietro questo rosso pazzesco – vedrò di mettere sul canale Telegram Radio Cresi qualche foto -, e invece la mattina dopo all’alba questi colori molto più chiari e questo controluce con queste sagome dei Moai neri e dietro colori dell’alba, il mare con queste onde incredibili che… è un’emozione che non si può descrivere.

E il bello del viaggio penso che sia questo, no? Non riuscire molto probabilmente a descrivere delle emozioni: ci si può provare a descriverlo a parole, si può creare nel lettore, nell’ascoltatore una storia, una sensazione che se chiude gli occhi si immagina, ma poi non sai mai quando te lo ritroverai davanti cosa vivrai perché non vivrai la stessa cosa.
E il bello di aver letto queste storie di pirati, il bello di aver letto quest’introduzione a Rapa Nui fatta da Pratti, di quello che ha provato lui, è stato molto bello, perché quando sono arrivato io dicevo “Wow! Sì, è come dice lui” eppure io provo una sensazione diversa, e questa secondo me è la più grande bellezza.

Ora ragazzi voglio leggervi un brano, anzi, voglio leggervi una parte della graphic novel appunto di Corto Maltese, ed è difficile leggere una graphic novel, quindi cercherò di dirvi quando leggo, introduco un personaggio, in modo tale che possiate capire.
Prima da capire c’è Corto Maltese, che è questo pirata che si trova appunto insieme ai Moai, quindi si trova vicino a questi Moai, Moai che nella rappresentazione di Pratt tra l’altro guardano verso il mare come sono quelli attuali, li guarda e dice:

“Cosa nascondete in questi pensieri di pietra?”
E uno di loro risponde “Noi guardiamo le stelle”
E un altro ancora “Le stelle, le stelle”
E allora Corto anche lui si mette e fa “Guardate le stelle? Anch’io guardo le stelle. Forse anche lei guarda le stelle. E chi siete?”
E uno dei Moai “Siamo quello che rimane del regno di Mu, quello che venne distrutto dalle stelle. Fuoco e acqua finirono la razza eletta, i pochi che si salvarono si rifugiarono i Azla, laggiù dove nasce il sole. Sono migliaia d’anni che guardiamo le stelle, e da migliaia di anni le stelle guardano noi. Loro hanno promesso di ritornare”
“Ma – disse Corto – voi siete una favola, una bellissima favola, ma sempre una favola rimanete”
I Moai, uno di loro “Una favola, dici? E se anche fosse? Noi guardiamo le stelle. Ecco che ricomincia il vento”
E rimasero, tutti lì a guardare le stelle e ad ascoltare il vento.

E anche per questa puntata è tutto, spero sia stato un piacere viaggiare insieme, e ricordatevi: ci rivedremo all’improvviso.

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